Nuove terapie sessuali (H.S. Kaplan)

Helen Singer Kaplan, con Nuove terapie sessuali, ha lasciato un segno profondo nella storia della sessuologia clinica perché ha reso "praticabile" una posizione che ancora oggi resta preziosa: prendere sul serio il sintomo sessuale senza ridurlo a un guasto meccanico, e cercarne il senso psicologico senza trasformarlo in un enigma infinito. Il suo lavoro nasce in un'epoca in cui parlare di disfunzioni sessuali in modo diretto e clinicamente orientato era già un atto di rottura rispetto a moralismi e silenzi, e proprio per questo il testo mantiene un valore che va oltre le singole tecniche.
Nel modello descritto da Kaplan (e che nella tua scheda emerge con chiarezza), il punto di partenza è netto: in prima battuta l'attenzione si concentra sul sintomo e su un miglioramento osservabile della vita sessuale dell'individuo o della coppia. Non si tratta di negare la complessità del mondo interno, ma di evitare che la terapia resti sospesa a lungo mentre, fuori dallo studio, la persona continua a evitare, controllarsi, temere il fallimento, oppure a sentirsi "sbagliata" nel corpo e nel desiderio. Kaplan propone invece un metodo che procede su due binari paralleli: uno più sintomatico-comportamentale e uno più profondo-psicodinamico.
Il binario sintomatico passa attraverso compiti sessuali strutturati, da svolgere a casa. Il fatto che "il lavoro" avvenga anche fuori dalla seduta è un aspetto cruciale: la sessualità non è un racconto, è un'esperienza; e spesso proprio l'esperienza, se guidata con gradualità, può ridurre l'ansia più di mille spiegazioni. I compiti, però, non sono semplici esercizi: sono strumenti clinici pensati per riattivare in modo progressivo la risposta sessuale, introdurre novità quando la routine è diventata sterile, e soprattutto interrompere il circuito ansia–evitamento–fallimento che mantiene molte difficoltà. In questa cornice, la progressività ha una funzione precisa: somiglia a una desensibilizzazione in vivo, cioè a un modo per esporsi in modo tollerabile a ciò che fa paura, finché la paura diminuisce e il corpo torna ad avere spazio per il piacere.
Un esempio, in forma volutamente non "manualistica", aiuta a capire cosa significhi lavorare in modo graduale senza mettere addosso pressione. In una coppia che vive il rapporto come una prova (con la conseguenza che uno dei due si irrigidisce, si controlla, si spegne o evita), un compito può essere quello di dedicare due momenti, nella settimana, a un contatto fisico intenzionale in cui la regola è: niente prestazione da raggiungere. Si resta sul contatto, sulle carezze, sull'esplorazione e sull'ascolto delle sensazioni, con l'idea che l'obiettivo non sia "arrivare" al rapporto completo, ma osservare cosa succede quando si toglie il peso del risultato. Molto spesso è qui che emergono i veri ostacoli: non solo la paura di non riuscire, ma anche la vergogna, il timore di essere giudicati, la rabbia trattenuta, o un senso di dovere che spegne il desiderio.
Ed è a questo punto che entra il secondo binario: la seduta psicoterapeutica. Nel tuo testo lo dici bene: nello studio non si valuta soltanto se i compiti sono stati svolti, ma tutti i risvolti psicologici, cognitivi, relazionali ed emotivi dei comportamenti sessuali messi in atto (o evitati). In altre parole, ciò che accade a casa diventa materiale clinico: la terapia non "aggiunge" un significato dall'esterno, ma lo fa emergere dal modo in cui la persona o la coppia vive quell'esperienza. La componente psicodinamica, come riporti, lavora sull'interpretazione delle dinamiche inconsce e sull'analisi delle resistenze: quelle forze interne che rendono difficile cambiare, anche quando il cambiamento è desiderato.
La forza storica della proposta di Kaplan sta anche in un'intuizione semplice e, insieme, sofisticata: alcune resistenze non sono spiegabili con la tecnica in sé. Se un compito è ragionevole, graduale, ben spiegato, eppure "non funziona" o viene continuamente sabotato, spesso non è perché la prescrizione è sbagliata; è perché sta toccando qualcosa di più profondo. Può essere un conflitto legato all'intimità, un tema di controllo, una paura di dipendere, una ferita narcisistica, oppure una dinamica di potere nella coppia che il sintomo, paradossalmente, tiene in equilibrio. Da qui il bisogno, che attribuisci all'autrice, di integrare alle tecniche mansionali un trattamento psicoanalitico parallelo e, talvolta, anche un supporto farmacologico: non per "medicalizzare" tutto, ma per non lasciare la persona sola dentro una sofferenza che ha più livelli.
Un altro punto che merita di essere salvato e portato in un articolo divulgativo è la flessibilità del modello. Kaplan non propone un intervento rigido: riconosce che, pur esistendo una struttura e delle strategie essenziali, lo stile e la conduzione dipendono dalla personalità e dall'orientamento del terapeuta, e soprattutto dal caso specifico. Questo dà al clinico un margine di manovra importante: si può essere fedeli alla logica del trattamento senza trasformare la terapia in una sequenza impersonale di esercizi. Anche qui, la modernità è evidente: le tecniche hanno senso se restano al servizio della persona (o della coppia), non se diventano un fine.
Nella pratica reale, inoltre, il modello non vive solo nella terapia di coppia. Molte persone chiedono aiuto da sole: perché non hanno un partner, perché il partner non vuole partecipare, oppure perché il nodo principale riguarda vissuti individuali (immagine corporea, vergogna, educazione sessuale, ansia, storia personale). In questi casi i "compiti" possono trasformarsi in esercizi di familiarizzazione corporea, di riduzione dell'ansia e di esplorazione graduale della risposta sessuale; e la seduta resta lo spazio in cui collegare ciò che succede nel corpo ai significati emotivi e ai copioni interiori che lo attraversano. Il principio resta lo stesso: lavorare sul qui-e-ora del sintomo senza perdere la profondità.
Resta, infine, una questione di linguaggio, che oggi non può essere ignorata. Kaplan e la letteratura dell'epoca parlano di "disfunzioni sessuali" con un'impostazione che, storicamente, ha avuto anche una funzione liberatoria (nominare per curare), ma che talvolta oggi risulta più rigida o stigmatizzante. Nella divulgazione contemporanea spesso si preferisce parlare di "difficoltà" o descrivere l'area specifica della problematica, per evitare che l'etichetta diventi identità; mantenere i termini storici ha senso in un articolo a taglio storico-metodologico, purché si espliciti questa differenza e si accompagni il lettore a una lettura aggiornata.
Riletta con gli occhi di oggi, Nuove terapie sessuali continua a insegnare un equilibrio raro: concretezza senza banalizzazione e profondità senza dispersione. È un libro che ricorda, con metodo, che la sessualità non si riduce né alla prestazione né al simbolo: è esperienza incarnata, attraversata dalla mente, e spesso giocata (in modi più o meno liberi) dentro una relazione—con un partner o con se stessi.
Riferimento: Helen Singer Kaplan, Nuove terapie sessuali, Milano, Bompiani, 1976.
