Luogo sicuro LGBTQIA+
significati e riflessioni
Trovare uno spazio professionale attento e specifico rispetto le questioni e le tematiche LGBTQIA+ non significa soltanto incontrare qualcuno che "accetti" la diversità: significa trovare un luogo dove la propria soggettività possa esistere pienamente. Ciò vuol dire che, dunque, sia l'espressione di genere sia l'orientamento sessuale che la complessità dell'identità possono essere nominate, ascoltate e valorizzate senza dover essere tradotte o giustificate. Molto diversa è la posizione, invece, di "poterle significare", ovvero guardarci attraverso per dotarle di senso e di significato (simbolico, trasformativo, affermativo). Pertanto, quello che propongo è uno spazio sicuro in cui poter sviluppare un contatto sicuro, un ambiente dove è possibile iniziare a riconoscersi prima ancora di incontrarsi, dove la visibilità di una competenza culturale specifica possa comunicarti che "qui puoi essere chi sei". Infatti, per molte persone queer o trans l'accesso a professionisti culturalmente competenti rappresenta sia un diritto sia una necessità. Per cui la ricerca di uno psicoterapeuta diventa un atto di cura e di coraggio verso se stessi in un contesto sociale ancola fortemente segnato da eteronormatività e binarismo di genere. Questo spazio è un invito ad uscire dall'invisibilizzazione da una parte e dalla possibilità di proporre, dall'altra, spazi possibili senza microaggressioni quotidiane, senza discriminazioni per rafforzare il proprio "io" e renderlo più capace di fronteggiare le sfide quotidiane, comunitarie e ambientali (1; 2).
OLTRE LE URGENZE...
Talvolta può capitare che nei percorsi di affermazione di genere, l'urgenza dettata dalla disforia o da ciò che contorna la persona, può spingere verso soluzioni e strategie che possono rivelarsi anche impulsive o immediate che rispondono certamente ad un dolore più profondo e reale; non tanto per ciò che si è (per cui si può provare sia rabbia che tenerezza), ma per le conseguenze che solitamente capita di osservare (malessere, difficoltà di adattamento, affettività negativa). Per cui il dolore è un'esperienza autentica che merita ascolto e rispetto. Ed è per tale motivo che il tempo della riflessione diventa prezioso, non come ostacolo (per esempio ad un'affermazione di genere), ma come opportunità di riflettere ciò che sta accadendo alla propria vita e sviluppare le risorse atte a superare tali cambiamenti. Dunque, si tratta di un tempo che non nega l'urgenza, ma che fa spazio alla complessità, un tempo di comprensione ed esplorazione delle molteplici dimensioni dell'identità, per distinguere ciò che chiede di essere trasformato e ciò che chiede di essere semplicemente riconosciuto ed integrato. L'approccio teorico di riferimento è l'integrazione tra la letteratura scientifica prodotta dal dott. Di Ceglie, dalla psicologa clinica Diane Ehrensaft, dai professori Roberto Baiocco e Vittorio Lingiardi in Italia e la mia esperienza clinica in questi contesti per far sì che si possa imparare a riconoscere il genere come una dimensionale e non come binarismo (3; 4). Il tempo della riflessione terapeutica diventa lo spazio in cui "il verso sé" può emergere gradualmente, liberandosi dalle sovrapposizioni del "falso sé di genere" costruito per adattarsi alle aspettative esterne e agli stereotipi di genere.
L'IMPATTO DELLO STRESS MINORITARIO "minority stress"
Uno spazio sicuro di riconoscimento delle identità è anche uno spazio per poter lavorare e migliorare le conseguenze dello stress minoritario della comunità queer, cronico e specifico che consiste nell'appartenere ad una minoranza stigmatizzata (5). Questa condizione non è il risultato di una vera e propria patologia individuale, ma l'esito prevedibile e documentato di un'esposizione costante a fattori di rischio (discriminazione, microaggressioni, invisibilizzazione, eteronormatività, pregiudizio, violenza) che si aggiungono alla quotidianità, ma che fungono da cassa di risonanza del rischio per la salute mentale (6; 7). In un paese come l'Italia, attualmente caratterizzato da una scarsa cultura comunitaria "globale" e da realtà particolari che, invece, sono anche molto supportive, si genera una sorta di disgregazione delle risorse cui non tutti riescono ad accedere, mantenendo da una parte la struttura eteronormativa e dall'altra i vissuti di affettività negativa, ansia, vergogna, paura e rabbia come consolidati "compagni di viaggio" da cui dipendere invece che integrarli a sostegno del proprio benessere. Altri aspetti negativi sono rappresentati sia dal bullismo omotransfobico che dall'omofobia interiorizzata, tipici di cicatrici profonde che si instaurano anche in età molto precoci soprattutto in contesti scolastici e/o sportivi, radicandosi talvolta come esperienze croniche e/o traumatiche (8; 9) riconfermate dal peso invisibile dell'inadeguatezza interna che mina autostima e capacità di fronteggiamento (10; 11). In tal senso, uno spazio sicuro per tutte le identità e gli orientamenti prosegue la letteratura scientifica di Ehrensaft che nel suo lavoro con giovani gender diverse (termine che utilizzo qui con una precisazione: per me, come terapeuta, "diverse" non rappresenta una trappola patologizzante, ma come rappresentazione e valorizzazione delle differenze individuali che porta al riconoscimento della pluralità delle esperienze come ricchezza) enfatizza il valore degli ambienti affermanti (fattore protettivo) e attenziona gli ambienti familiari, scolastici e sociali come fattori potenziali di rischio del disagio psicologico (3; 12).
UNO SPAZIO RIFLESSIVO PER ORIENTAMENTO SESSUALE E OMOFOBIA INTERIORIZZATA
Comprendere il proprio orientamento sessuale è un processo che può attraversare fasi di confusione, sperimentazione, dubbio e riconoscimento. In un contesto sociale che ancora oggi privilegia l'eterosessualità come norma implicita, questo percorso si complica ulteriormente. Lo spazio terapeutico privato diventa il luogo dove è possibile sospendere il giudizio esterno e rivolgersi verso l'interno con domande autentiche: "Chi desidero? Come mi sento nelle relazioni? Cosa significa per me l'intimità?". Domande apparentemente semplici che, in presenza di minority stress e omofobia interiorizzata, possono essere state a lungo silenziate o distorte. Talvolta il lavoro è più complicato del previsto, soprattutto quando si rifiutano parti di sé, si evitano relazioni significative o si prova vergogna, mentre dall'altra parte vi è un'ipervigilanza che è collegata al proprio comportamento, orientamento e visibilità (13). Uno spazio riflessivo protetto può fare questo: assicurare un alleato con cui decostruire convinzioni disfunzionali e a cercare le risposte dentro sé rispedendo al mittente gli esiti dell'esposizione ad ambienti invalidanti e stereotipati riguardo al genere. In questo senso, uno spazio terapeutico competente riconosce che la gestione selettiva e strategica della propria visibilità non è negazione di sé, ma una forma matura e adattiva di protezione in contesti ostili (14; 15).
COMPETENZA E' GARANZIA
La competenza culturale di un professionista nelle tematiche LGBTQIA+ non è un optional, ma una necessità etica e clinica. Significa possedere conoscenze aggiornate sulla ricerca scientifica riguardante orientamenti sessuali e identità di genere, conoscere i modelli teorici affermanti, riconoscere l'impatto del minority stress, saper utilizzare un linguaggio rispettoso e inclusivo, e – forse soprattutto – essere consapevoli dei propri pregiudizi impliciti e del modo in cui l'eteronormatività permea anche le cornici teoriche della psicologia tradizionale (16; 17). Le linee guida dell'American Psychological Association (APA) per la pratica affermativa sottolineano cinque principi fondamentali per il lavoro psicoterapeutico: accettazione e sostegno, assessment culturalmente informato, promozione di modalità attive di coping, facilitazione del supporto sociale, ed esplorazione dello sviluppo identitario (18). A questi, autori come Pachankis e Goldfried aggiungono la necessità di normalizzare l'impatto del minority stress sulla salute mentale, facilitare la regolazione emotiva, ridurre gli evitamenti, modificare gli schemi cognitivi di stigma interiorizzato, sviluppare comunicazione assertiva, valorizzare i punti di forza unici delle persone LGBTQIA+ e affermare espressioni sane della sessualità (19). Uno spazio protetto è quindi uno spazio dove non si deve spiegare continuamente la propria esistenza, dove non si viene sottoposti a microaggressioni mascherate da "curiosità clinica", dove il proprio genere e la propria sessualità non sono oggetto di interrogazione patologizzante ma di esplorazione rispettosa. È uno spazio dove l'alleanza terapeutica si co-costruisce sulla base di fiducia reciproca, dove il professionista riconosce la persona come esperta della propria esperienza e si pone come facilitatore di un percorso che appartiene interamente a chi lo attraversa.
CREATIVITA' DI GENERE, ASCOLTO, FAMIGLIE E INVISIBILIZZAZIONE
La creatività di genere è la capacità di alcune persone – bambini, adolescenti, adulti – di abitare il genere in modi che sfuggono alle categorizzazioni rigide, che mescolano elementi tradizionalmente codificati come maschili e femminili e che, talvolta, inventano (in senso positivo ed originale) nuove possibilità espressive. Questa creatività, però, per essere autenticamente liberatoria, ha bisogno di essere ascoltata, non solo dalla persona stessa ma anche dal suo sistema familiare, quando presente e coinvolto nel percorso terapeutico. Il lavoro con le famiglie di persone LGBTQIA+, particolarmente con genitori di minori gender creative o non conformi, rappresenta una dimensione fondamentale del supporto terapeutico. Alcuni ricercatori evidenziano proprio come le reazioni familiari al coming out influenzino significativamente il benessere psicologico delle persone LGBTQIA+, e come il supporto genitoriale costituisca il più potente fattore protettivo contro gli effetti del minority stress (20; 21). Quando i genitori possono accedere a spazi di consulenza dove elaborare le proprie reazioni emotive – che possono includere inizialmente shock, confusione, lutto per aspettative disattese – e ricevere informazioni corrette e depatologizzanti, le possibilità di costruire relazioni familiari affermanti aumentano significativamente. Inoltre, uscire dall'invisibilizzazione è un processo delicato. Per molte persone LGBTQIA+, particolarmente per chi vive esperienze transgender e non binarie, la visibilità può significare contemporaneamente liberazione e rischio. Come accennato, i coming out non devono necessariamente essere multipli e universali. Ogni contesto – famiglia, lavoro, scuola, amicizie, spazi pubblici – richiede una valutazione separata dei rischi e delle opportunità. Pretendere che una persona sia "out" in tutti gli ambiti della vita può diventare una forma di pressione che non tiene conto delle reali condizioni di sicurezza. È, dunque, sempre un bene, valutare step by step, circostanza per circostanza, sia i significati, sia i fattori di rischio e di protezione.
INTERSEZIONALITA', TRAUMA E RESILIENZA
Le identità umane sono sempre intersezionali: l'esperienza di essere una persona LGBTQIA+ si intreccia con altre dimensioni identitarie come l'etnia, la classe sociale, la disabilità, lo status migratorio, l'età, la religione. Una persona LGBTQIA+ razzializzata, ad esempio, può sperimentare forme di discriminazione che operano simultaneamente su più livelli (23) per cui riconoscere l'intersezionalità significa comprendere che non esiste un'unica esperienza, ma una molteplicità di posizionamenti sociali che richiedono ascolto specifico e contestualizzato. Uno di questi posizionamenti ha a che fare anche con i traumi (di vita, discriminativi, violenze e rifiuti) che possono assumere forme differenti: dal trauma acuto derivante da episodi di aggressione fisica o verbale, al trauma cumulativo legato all'esposizione cronica a microaggressioni e invalidazioni quotidiane. La ricerca ha documentato tassi significativamente più elevati di sintomatologia post-traumatica, depressiva e ansiosa nelle popolazioni LGBTQIA+ rispetto alle popolazioni eterosessuali e cisgender (24; 25). Questi dati non riflettono una supposta fragilità intrinseca, ma esiti di interazioni tra fattori di rischio sulla salute mentale. Una leva, quindi, diventa quella della capacità di resistere che connota la comunità queer: adattarsi, ricostruire significati e trovare la forza nella connessione con la comunità stessa. Molte ricerche mostrano come il supporto sociale e la connessione alla comunità LGBTQIA+ sviluppano identità positiva, esprimono la propria creatività e incontrano professionisti che aiutano ad intrecciare questi legami (26). In sintesi, uno spazio di cura protetto può far sbocciare la resilienza come capacità di trasformare l'esperienza di marginalizzazione in consapevolezza, creatività e solidarietà.
Questo è un luogo protetto, un luogo dove le domande possono rimanere aperte senza generare ansia, dove la complessità non viene semplificata in risposte preconfezionate, dove il tempo della riflessione viene onorato come necessario e non come spreco. Un luogo dove essere visti, non per essere normalizzati, ma per essere riconosciuti nella propria singolarità irriducibile. Per le persone LGBTQIA+ e per chi esplora le proprie identità di genere e i propri orientamenti sessuali, l'accesso a uno spazio professionale culturalmente competente può rappresentare la differenza tra isolamento e connessione, tra vergogna e autenticità, tra invisibilità forzata e visibilità scelta. Per i familiari e i caregiver, può significare l'opportunità di trasformare l'incomprensione iniziale in comprensione affettuosa, il timore in sostegno, la distanza in vicinanza emotiva. Siete i benvenuti, esattamente come siete, con le vostre domande, i vostri dubbi, le vostre fatiche e le vostre risorse. Questo è uno spazio sicuro non perché promette assenza di difficoltà – il lavoro terapeutico è spesso sfidante – ma perché garantisce presenza, competenza e rispetto incondizionato per la vostra soggettività.
Bibliografia
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